Ogni tanto Facebook “dona” perle di saggezza. Si tratta di quelle frasi che sono scritte da chi, magari, non conosce teorie e modelli e che possiede la “scuola dell’esperienza”. Una scuola che determina un agire di buon senso e fa comprendere le questioni da un punto di vista molto pratico e che si concretizza con affermazioni di grande lucidità. La “scuola dell’esperienza”, magari, non determina sempre comportamenti funzionali ed efficaci. Anche se può dare una visione nitida del sentire e del vedere delle persone in merito ad un argomento.
Di gruppi e di team se ne parla tanto (forse fin troppo). Di leadership se ne parla ancora di più. Lencioni in “La guerra del team” sostiene una cosa, a mio avviso, molto banale e di grande potenza: “costruire un team forte è tanto possibile quanto straordinariamente semplice. Ma è terribilmente complicato”. E l’essere complicato non è dato dal mettere in atto comportamenti teoricamente difficili. La difficoltà sta nell’agire comportamenti che sono sulla carta molto semplici e che nella pratica di tutti i giorni si rivelano complessi. E la chiave sono le tendenze comportamentali umane che generano disfunzioni all’interno dei team.
Ho letto proprio tra i commenti di Facebook questa frase “Il team ha senso se tutti i componenti del team lavorano assieme. Non esser parte del team solo al momento di raccogliere i risultati”. Questo è un esempio di “straordinariamente semplice e terribilmente complicato”. Ed è un esempio di frase di buon senso a cui mi riferivo prima.
E’ ciò che la nostra esperienza ci dice e ci insegna.
I team funzionano se le persone lavorano insieme per avere un risultato comune. Mal si sopportano coloro che stanno sulla porta ad osservare il lavoro altrui per vedere se è il caso di entrare o meno nella stanza. La discriminante di scelta tra l’entrare e il rimanere sulla soglia sarà il vedere un proprio vantaggio oppure no.
E’ un po’ come quando si dice che tutti sono pronti a salire sul carro del vincitore. Non si è dato prima una mano a spingere il carro o corso in aiuto nel sistemare una ruota che si era guastata.
E nel voler salire sul carro del vincitore ci si dimentica che su quel carro stesso non ci possono “stare” tutti. E per “stare” non intendo solamente salire. Penso anche al fatto che non c’è spazio (fisico) per tutti e si rischia che con il peso il carro non regga: si sfascia il carro, cade il vincitore e tutti quelli che son voluti salire a vantarsi di una gloria non propria.
Non c’è soluzione a tutto questo, se non regolare le proprie tendenze umane.
Imparare a fare un passo in avanti quando è il momento di prendere in carico un compito.
Capire che è necessario fare un passo indietro per lasciare spazio a chi sa fare o può fare meglio.
Essere consapevoli che quando si alza la “coppa” del vincitore il premio non è di chi alza la coppa, bensì di tutti coloro che hanno fatto sì che quella coppa potesse essere alzata.
Raccogliere i risultati è un momento di un lungo percorso.
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Molto tempo addietro lessi un libro a contenuto economico e relativo al sistema capitalistico italiano. Una volta terminata la lettura ricordo che rimase impressa nella mia memoria la seguente frase: “….Gli italiani sono un popolo sempre pronto ad andare in soccorso del vincitore….”. Io non sono d’accordo su questa interpretazione ma tra genitori acquisiti veri o solo presunti tali, aspiranti mogli, mamme, compagne o fidanzate è proprio la situazione in cui mi trovo io.